Tasti di scelta rapida del sito: Menu principale | Corpo della pagina | Vai alla colonna di sinistra

Colonna con sottomenu di navigazione


immagine Dante

Contenuto della pagina


-
Menu di navigazione

Alighieri, Dante
Convivio

IX

L'ordine del presente trattato richiede – poi che le due parti di questa canzone per me sono, secondo che fu la mia intenzione, ragionate – che alla terza si proceda, nella quale io intendo purgare la canzone da una riprensione, la quale a lei potrebbe essere stata contraria, e a questo che io parlo. Ché io, prima che alla sua composizione venisse, parendo a me questa donna fatta contra me fiera e superba alquanto, feci una ballatetta nella quale chiamai questa donna orgogliosa e dispietata: che pare essere contra quello che qui si ragiona di sopra. E però mi volgo alla canzone, e sotto colore d'insegnare a lei come scusare la conviene, scuso quella: ed è una figura questa, quando alle cose inanimate si parla, che si chiama dalli rettorici prosopopeia: ed usanla molto spesso li poeti. E comincia questa parte terza: Canzone, e' par che tu parli contraro. Lo 'ntelletto della quale a più agevolemente dare a intendere, mi conviene in tre particole dividere: ché prima si propone a che la scusa fa mestiere; poi si procede colla scusa, quando dico: Tu sai che 'l ciel; ultimamente parlo alla canzone sì come a persona amaestrata di quello che dee fare, quando dico: Così ti scusa, se ti fa mestero. Dico dunque in prima: O canzone, che parli di questa donna cotanta loda, e' par che tu sii contraria ad una tua sorella. Per similitudine dico sorella; ché, sì come sorella è detta quella femmina che da uno medesimo generante è generata, così puote l'uomo dire sorella dell'opera che da uno medesimo operante è operata: ché la nostra operazione in alcuno modo è generazione. E dico che par che parli contrara a quella, dicendo: tu fai costei umile, e quella la fa superba, cioè «fera e disdegnosa», che tanto vale. Proposta questa acusa, procedo alla scusa per essemplo nello quale alcuna volta la veritade si discorda dall'aparenza, e allora per diverso rispetto si puote trattare. Dico: Tu sai che 'l ciel sempr'è lucente e chiaro, cioè sempr'è con chiaritade; ma per alcuna cagione alcuna volta è licito di dire quello essere tenebroso. Dove è da sapere che propiamente è visibile lo colore e la luce, sì come Aristotile vuole nel secondo dell'Anima e nel libro del Senso e Sensato. Ben è altra cosa visibile, ma non propiamente, però che anche altro senso sente quella, sì che non si può dire che sia propiamente visibile né propiamente tangibile: sì come è la figura, la grandezza, lo numero, lo movimento e lo stare fermo, che sensibili comuni si chiamano: le quali cose con più sensi comprendiamo. Ma lo colore e la luce sono propiamente; perché solo col viso comprendiamo ciò, e non con altro senso. Queste cose visibili, sì le propie come le comuni in quanto sono visibili, vengono dentro all'occhio – non dico le cose, ma le forme loro – per lo mezzo diafano, non realmente ma intenzionalmente, sì quasi come in vetro transparente. E nell'acqua ch'è nella pupilla dell'occhio, questo discorso che fa la forma visibile per lo mezzo, sì si compie, perché quell'acqua è terminata – quasi come specchio, che è vetro terminato con piombo –, sì che passar più non può, ma quivi a modo d'una palla, percossa si ferma: sì che la forma, che nel mezzo transparente non pare, nella parte pare lucida e terminata. E questo è quello per che nel vetro piombato la imagine appare, e non in altro. Di questa pupilla lo spirito visivo, che si continua da essa alla parte del cerebro dinanzi dov'è la sensibile vertude sì come in principio fontale, quivi subitamente sanza tempo la ripresenta, e così vedemo. Per che, acciò che la visione sia verace, cioè cotale qual è la cosa visibile in sé, conviene che lo mezzo per lo quale all'occhio viene la forma sia sanza ogni colore, e l'acqua della pupilla similemente; altrimenti si macolerebbe la forma visibile del color del mezzo e di quello della pupilla. E però coloro che vogliono fare parere le cose nello specchio d'alcuno colore, interpongono di quello colore tra 'l vetro e 'l piombo, sì che 'l vetro ne rimane compreso. Veramente Plato e altri filosofi dissero che 'l nostro vedere non era perché lo visibile venisse all'occhio, ma perché la virtù visiva andava fuori al visibile: e questa oppinione è riprovata per falsa dal Filosofo in quello del Senso e Sensato. Veduto questo modo della vista, vedere si può leggiermente che, avegna che la stella sempre sia d'un modo lucente e chiara, e non riceva mutazione alcuna se non di movimento locale, sì come in quello Di Cielo e Mondo è provato, per più cagioni puote parere non chiara e non lucente. Però puote parere così per lo mezzo che continuamente si transmuta. Transmutasi questo mezzo di molta luce in poca luce, sì come alla presenza del sole e alla sua assenza; e alla presenza lo mezzo, che è diafano, è tanto pieno di lume che è vincente della stella, e però pare più lucente. Transmutasi anche questo mezzo di sottile in grosso, di secco in umido, per li vapori della terra che continuamente salgono: lo quale mezzo, così transmutato, transmuta la imagine della stella che viene per esso, per la grossezza in oscuritade, e per l'umido e per lo secco in colore. Però puote anche parere così per l'organo visivo, cioè l'occhio, lo quale per infertade e per fatica si transmuta in alcuno coloramento e in alcuna debilitade; sì come aviene molte volte che, per essere la tunica della pupilla sanguinosa molto per alcuna corruzione d'infertade, le cose paiono quasi tutte rubicunde, e però la stella ne pare colorata. E per essere lo viso debilitato, incontra in esso alcuna disgregazione di spirito, sì che le cose non paiono unite ma disgregate, quasi a guisa che fa la nostra lettera in sulla carta umida: e questo è quello per che molti, quando vogliono leggere, si dilungano le scritture dalli occhi, perché la imagine loro vegna dentro più lievemente e più sottile; e in ciò più rimane la lettera discreta nella vista; e però puote anche la stella parere turbata. E io fui esperto di questo l'anno medesimo che nacque questa canzone, che per affaticare lo viso molto a studio di leggere, in tanto debilitai li spiriti visivi che le stelle mi pareano tutte d'alcuno albore ombrate. E per lunga riposanza in luoghi oscuri e freddi, e con affreddare lo corpo dell'occhio coll'acqua chiara, riuni' sì la vertù disgregata che tornai nel primo buono stato della vista. E così appaiono molte cagioni, per le ragioni notate, per che la stella puote parere non com'ella è.