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Alighieri, Dante
Convivio

I

Così come nel precedente trattato si ragiona, lo mio secondo amore prese cominciamento dalla misericordiosa sembianza d'una donna. Lo quale amore poi, trovando la mia disposta vita al suo ardore, a guisa di fuoco, di picciolo in grande fiamma s'accese; sì che non solamente vegghiando, ma dormendo, lume di costei nella mia testa era guidato. E quanto fosse grande lo desiderio che Amore di vedere costei mi dava, né dire né intendere si potrebbe. E non solamente di lei era così desideroso, ma di tutte quelle persone che alcuna prossimitade avessero a lei, o per familiaritade o per parentela alcuna. Oh quante notti furono, che li occhi dell'altre persone chiusi dormendo si posavano, che li miei nello abitaculo del mio amore fisamente miravano! E sì come lo multiplicato incendio pur vuole di fuori mostrarsi, ché stare ascoso è impossibile, volontade mi giunse di parlare d'amore, la quale del tutto tenere non potea. E avegna che poca podestade io potesse avere di mio consiglio, pur in tanto, o per volere d'Amore o per mia prontezza, ad esso m'acostai per più fiate, che io deliberai e vidi che, d'amor parlando, più bello né più proficabile sermone non era che quello nel quale si commendava la persona che si amava. E a questo deliberamento tre ragioni m'informaro: delle quali l'una fu lo propio amore di me medesimo, lo quale è principio di tutti li altri, sì come vede ciascuno. Ché più licito né più cortese modo di fare a se medesimo altri onore non è, che onorare l'amico. Ché con ciò sia cosa che intra dissimili amistà essere non possa, dovunque amistà si vede, similitudine s'intende; e dovunque similitudine s'intende, corre comune la loda e lo vituperio. E di questa ragione due grandi amaestramenti si possono intendere: l'uno si è di non volere che alcuno vizioso si mostri amico, perché in ciò si prende oppinione non buona di colui cui amico si fa; l'altro si è che nessuno dee l'amico suo biasimare palesemente, però che a se medesimo dà del dito nell'occhio, se ben si mira la predetta ragione. La seconda ragione fu lo desiderio della durazione di questa amistade. Onde è da sapere che, sì come dice lo Filosofo nel nono dell'Etica, nell'amistade delle persone dissimili di stato conviene, a conservazione di quella, una proporzione essere intra loro, che la dissimilitudine a similitudine quasi reduca. Sì com'è intra lo signore e lo servo: ché, avegna che lo servo non possa simile beneficio rendere allo signore quando da lui è beneficiato, dee però rendere quello che migliore può con tanto di sollicitudine e di franchezza, che quello che è dissimile per sé si faccia simile per lo mostramento della buona volontade; la quale manifesta, l'amistade si ferma e si conserva. Per che io, considerando me minore che questa donna, e veggendo me beneficiato da lei, propuosi di lei commendare secondo la mia facultade, la quale, se non simile è per sé, almeno la pronta volontade mostra (ché, se più potesse, più farei), e così si fa simile a quella di questa gentil donna. La terza ragione fu uno argomento di provedenza: ché, sì come dice Boezio, «non basta di guardare pur quello che è dinanzi alli occhi», cioè lo presente, e però n'è data la provedenza, che riguarda oltre, a quello che può avenire. Dico che pensai che da molti, di retro da me, forse sarei stato ripreso di levezza d'animo, udendo me essere dal primo amore mutato; per che, a tòrre via questa riprensione, nullo migliore argomento era che dire quale era quella donna che m'avea mutato. Ché per la sua eccellenza manifesta avere si può considerazione della sua vertude; e per lo 'ntendimento della sua grandissima vertù si può pensare ogni stabilitade d'animo essere a quella mutabile, e però me non giudicare lieve e non stabile. Impresi dunque a lodare questa donna, e se non come si convenisse, almeno innanzi quanto io potesse; e cominciai a dire: Amor che nella mente mi ragiona. Questa canzone principalmente ha tre parti. La prima è tutto lo primo verso, nel quale proemialmente si parla. La seconda sono tutti e tre li versi seguenti, nelli quali si tratta quello che dire s'intende, cioè la loda di questa gentile; lo primo delli quali comincia: Non vede il sol, che tutto 'l mondo gira. La terza parte è lo quinto e l'ultimo verso, nel quale, dirizzando le parole alla canzone, purgo lei d'alcuna dubitanza. E di queste tre parti per ordine è da ragionare.