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Alighieri, Dante
Convivio

IX

Tornando al proposito, dico che in questo verso che comincia: Trova contraro tal che lo distrugge, intendo manifestare quello che dentro a me l'anima mia ragionava, cioè l'antico pensiero contra lo nuovo. E prima brievemente manifesto la cagione del suo lamentevole parlare, quando dico: Trova contraro tal che lo distrugge l'umil pensero che parlar mi sòle d'un'angela che 'n cielo è coronata. Questo è quello speziale pensiero, del quale detto è di sopra che solea esser vita dello cor dolente. Poi quando dico: L'anima piange, sì ancor len dole, manifesto l'anima mia essere ancora dalla sua parte e con tristizia parlare; e dico che dice parole lamentandosi, quasi come si maravigliasse della sùbita transmutazione, dicendo: Oh lassa a me, come si fugge questo pietoso che m'ha consolata! Ben può dire consolata, ché nella sua grande perdita questo pensiero che in cielo salia, l'avea data molta consolazione. Poi appresso, ad iscusa di sé dico che si volge tutto lo mio pensiero, cioè l'anima, della quale dico «questa affannata», e parla contra li occhi; e questo si manifesta quivi: De li occhi miei dice questa affannata. E dico ch'ella dice di loro e contra loro tre cose. La prima è che biastemmia l'ora che questa donna li vide. E qui si vuol sapere che, avegna che più cose nell'occhio a un'ora possano venire, veramente quella che viene per retta linea nella punta della pupilla, quella veramente si vede e nella imaginativa si suggella solamente. E questo è però che 'l nervo per lo quale corre lo spirito visivo, è diritto a quella parte, e però veramente l'occhio l'altro occhio non può guardare, sì che esso non sia veduto da lui; ché, sì come quello che mira riceve la forma nella pupilla per retta linea, così per quella medesima linea la sua forma se ne va in quello ch'ello mira; e molte volte, nel dirizzare di questa linea, discocca l'arco di colui al quale ogni arme è leggiere. Però quando dico: «che tal donna li vide», è tanto a dire quanto che li occhi suoi e li miei si guardaro. La seconda cosa che dice, si è che riprende la sua disobedienza, quando dice: E perché non credeano a me di lei? Poi procede alla terza cosa, e dice che non dee sé riprendere di provedimento, ma loro di non ubbidire: però che dice che alcuna volta, di questa donna ragionando, dicesse: Nelli occhi di costei doverebbe esser virtù sopra me, se ella avesse aperta la via di venire; e questo dice quivi: Io dicea ben: nelli occhi di costei. E bene si dee credere che l'anima mia conoscea la sua disposizione atta a ricevere l'atto di questa donna, e però ne temea; ché l'atto dell'agente si prende nel disposto paziente, sì come dice lo Filosofo nel secondo dell'Anima. E però, se la cera avesse spirito da temere, più temerebbe di venire allo raggio del sole che non farebbe la pietra, però che la sua disposizione riceve quello per più forte operazione. Ultimamente manifesta l'anima nel suo parlare la presunzione loro pericolosa essere stata, quando dice: E non mi valse ch'io ne fosse acorta, che non mirasser tal, ch'io ne son morta. Non là «mirasser», dice, colui di cui prima detto avea: «colui che le mie pari ancide». E così termina le sue parole; alle quali risponde lo novo pensiero, sì come nel seguente capitolo si dichiarerà.